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Dalla Forcola al fornale di Putsey Grànt...

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  Dalla Forcola al versante di Pozzuoli Grande...

 Ossola > Valle Antrona > Antronapiana > Cheggio.

 

 

 Dopo una settimana (Link), ritorniamo sul versante di Pozzuoli Grande (Putsey Grànt), per cercare di "completare" la visita di questa zona; durante il giro precedente era in programma, per il ritorno, la traversata del versante a sud della cresta del Segnale, lungo il percorso che era utilizzato in tempi remoti per giungere al fornale di Pozzuoli Grande; si arrivava al fornale entrando dall'alto, visto che la grande frana del 1642 aveva reso praticamente impossibile salire direttamente dal basso (e probabilmente anche prima, se mai fosse stato presente un sentiero, non doveva essere certamente agevole...).

 La visita, la "riscoperta" di Pozzuoli Grande è stata indubbiamente una delle escursioni più significative fatte negli ultimi anni, ed era doveroso tornare per renderla appunto più "completa"...

        Francèšk d'Albasíñ

 Si avvicinava l'alba del 26 luglio 1642 e Francesco Sonaini detto Albasini era preda di un sonno agitato.
 Continuava a rotolarsi nel suo povero giaciglio di fieno nella baita dell'Alpe "Putsey Grànt", per sfuggire agli incubi che si presentavano al suo inconscio.
 In particolare una voce, che nel dormiveglia non riusciva a distinguere se frutto di un sogno o proveniente dalla vallata sottostante, gli ripeteva con tono accorato: "Francèšk d'Albasíñ, skàrga stasôra che t e sçiz la matíñ" Si trattava di un invito sostanzialmente incomprensibile per Francesco, che aveva tutta l'intenzione di rimanere all'alpe di Putsey Grànt almeno fin dopo la metà di agosto, e tuttavia ne restò scosso, anche quando, svegliatosi di buon’ora, si dedicò alle attività consuete dell'alpeggio.

 La fatica del lavoro quotidiano contribuì a far svanire questa inquietudine e giunta la sera, consumata la solita frugalissima cena a base di "marzlòta" con la figlia che lo affiancava nella conduzione dell'alpeggio, se ne andò a letto in attesa di una giornata meno faticosa: l’indomani, per fortuna, sarebbe stata domenica.
 Questa volta il sonno fu più sereno e la notte sembrava trascorrere più tranquilla. Poco prima dell'alba, però, la baita fu scossa da un violento sussulto, seguito da un boato assordante che squarciò la vallata per un tempo che parve interminabile e cui si sovrappose, amplificato dall'eco, un impressionante brontolio di sassi che precipitavano.

 La percezione di qualche immane catastrofe fu pressoché immediata e Francesco, precipitatosi all'esterno, nell'oscurità della notte, in preda al più vivo terrore, ebbe appena il tempo di intuire che i suoi prati, l'alpeggio e tutta la montagna stavano rotolando con un frastuono immenso nella vallata. Poi si trovò immerso in una nebbia di denso e finissimo pulviscolo siliceo.
 La figlia cominciò a piangere disperatamente e lo sconcerto lo assalì; rimase a lungo inebetito senza alcuna capacità di connettere aspettando di essere trascinato a valle da un momento all'altro. Mentre il precipitare dei massi non tendeva ad arrestar si, lentamente cercò di riprendersi, ma del tutto disorientato rispetto alla reale entità del disastro, esitava ad esplorare la zona che pure conosceva praticamente a palmo a palmo.

 Appena cominciò ad albeggiare, attraverso la cortina nebbiosa che continuava a gravare, i contorni della tragedia cominciarono a manifestarsi in modo più intelligibile. La montagna sotto i suoi piedi non c'era più; tutto era precipitato a valle seppellendo ogni cosa, qualsiasi traccia conosciuta era stata cancellata: anche il sentiero che percorreva ogni volta per lasciare l'alpeggio era stato inghiottito.

 Il pensiero dei propri cari e il timore di restare intrappolato in un ambiente così precario aumentarono la sua determinazione ad abbandonare, a qualunque costo, quel luogo per potersi ricongiungere con i suoi cari che erano in paese a fare “l arzí” In preda alla più cupa disperazione, radunò il bestiame, individuò un sentiero delle capre normalmente impraticabile per le mucche ed esposto, e, spinto dalla necessità, vi si incamminò guidando per la cavezza il suo toro.

 Il sentiero era effettivamente proibitivo e quasi subito una mucca precipitò.......


 

 Questo racconto (di fantasia, basato su una storia tramandata nei tempi), è ricavato dall'interessante documento "La popolazione di Antronapiana - dalla frana del 1642 alle soglie del duemila" (1998) - di Luigi Ravandoni.

 Il seguito del racconto e l'intero documento di Luigi Ravandoni, si possono leggere su questo file pdf : Link.

 Anche questo racconto è stato di ispirazione per ritornare a Pozzuoli Grande lungo questo traverso (cercando naturalmente di non fare la fine delle mucche del Francèšk...), comunque avevamo avuto la conferma della presenza di questo percorso a Ronco, chiedendo informazioni sugli alpeggi della zona.

 Con Andrea partiamo da Cheggio lungo il solito sentiero sulla destra orografica del Bacino dei Cavalli, sentiero che, al primo bivio, lasciamo per salire al Colle della Forcola 1920 m. (qui si può arrivare naturalmente anche salendo da Antronapiana, vedi : questo giro); abbiamo deciso per questo giro proprio all'ultimo momento, arrivati all'ingresso di Antronapiana, salendo in Valle Antrona la vista della nebbia presente alle quote intermedie non era incoraggiante (si rischiava di ritrovare le stesse condizioni della settimana precedente), ma alla fine è stata la scelta giusta (grazie ad Andrea, più "ottimista"), visto che le nebbie sono rimaste in buona parte al di sotto della quota del nostro percorso...

 Come nella precedente visita per la salita alla cima de Il Segnale (vedi : questa pagina), seguiamo la lieve traccia del vecchio sentiero che sale il versante sopra l'Alpe Forcola superiore nei pressi della Sistèrna (gli invasi per la raccolta dell'acqua presso il colle); diversamente dal precedente giro, dove abbiamo raggiunto in seguito la cresta, in questa occasione cerchiamo di seguire il percorso del vecchio sentiero che a tratti è ancora visibile (sono presenti anche alcuni grossi ometti che aiutano per l'orientamento, in particolare lungo l'ampio versante erboso successivo).

 (La mappa IGM riporta questo sentiero, però facendolo proseguire verso la cresta alla quota 2337 m. cresta che poi prosegue al nodo orografico 2476 m. ma un sentiero verso questa cresta non avrebbe avuto alcun senso, invece è molto probabile che questo sentiero (che in realtà traversa il versante), fosse proprio il percorso "normale" di accesso alla zona di Pozzuoli Grande

 Si traversa verso l'ultimo boschetto (tra gli alberi la traccia è ben evidente), e all'uscita ci si affaccia sul vasto versante da risalire in traversata (foto 7, in alto, lontano si vede la cengia finale), si traversa in salita cercando di localizzare gli ometti presenti, comunque a tratti la vecchia traccia è ancora abbastanza visibile sul pendio erboso (in questa occasione, come capitato ormai diverse volte quest'anno, l'erba era molto bagnata e dopo poche decine di metri eravamo già fradici...).

 Dopo un tratto relativamente lungo, e in questa occasione molto "scenografico" per la presenza del tipico "mare" di nebbia alle quote più basse, salendo con pendenza regolare, giungiamo alle prime "nervature" rocciose, e qui bisogna essere certi di essere sul percorso giusto, altrimenti le difficolta possono aumentare notevolmente (come in effetti è capitato all'andata per un tratto....).

 Il riferimento più importante è il "monolito" di foto 66 e 67 che all'andata abbiamo appunto "mancato" traversando un poco più a valle (in questa zona gli ometti non erano più presenti), attirati dall'invitante traverso visibile nella foto 30 che però ci ha condotti a una risalita molto ripida ed esposta, ci ha ingannati anche la visione di quello che sembrava un muretto (vedi foto 33), però un manufatto in quel punto non aveva molto senso...  (In questa zona abbiamo anche il piacevole incontro con un'aquila, che credo sia la stessa già vista in precedenti occasioni, che velocemente e maestosamente è salita dalla nebbie sottostanti, per poi continuare verso la cresta del Segnale...).

 Alla fine, giunti su una panoramica crestina intermedia (quella del "muretto"), siamo in vista della cengia già notata la settimana prima, e che non abbiamo seguito a causa della scarsa visibilità, raggiunta le cengia la si risale verso ovest fino alla selletta (a circa 2450 m.) che già conoscevamo, e dalla quale si può ammirare il vasto fornale di Pozzuoli Grande (Putsey Grànt), non scendiamo a rivedere i ruderi anche perchè, come la settimana precedente, ormai sono già immersi nella nebbia....

 Una breve pausa in questo luogo solitario e panoramico (suggestivi la cresta e il versante che sale dalla zona di Fàrmign...), ritorniamo cercando questa volta di seguire il percorso "giusto" (al ritorno è più facile capire quali sono i passaggi corretti...); il primo tratto in particolare è molto interessante, una bella cengia che con saliscendi traversa il dirupato versante (in almeno un paio di tratti sembra di vedere dei resti di gradini, ma non è certo, anche perchè in queste zone si notano spesso rocce a "gradoni" molto regolari...), il percorso è evidente e intuitivo e si arriva in vista del masso di riferimento "mancato" all'andata...

 Usciti dal versante in parte roccioso, non rimane che traversare lungamente in discesa i ripidi prati ritornando al boschetto iniziale e alla Forcola, da dove si scende a Cheggio.

 Tempo per questo giro, circa 7 ore e mezza.  Percorso impegnativo.

   Settembre 2019

 
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